     p 230 .


Paragrafo 2 . Le monadi.

     
La  teoria della conoscenza di Leibniz si sovrappone, come  ovvio,
alla  sua  concezione  della  realt. Quando  il  reale    pensato
esclusivamente come materia, come aggregato di atomi, solo l'azione
di  questi  sul  soggetto, attraverso le sensazioni,  pu  produrre
conoscenza; quando invece si ritiene che

p 231 .

solo   le   idee  costituiscano  la  realt,  la  conoscenza   sar
raggiungibile  solo  attraverso un progressivo  distacco  dai  dati
sensibili o, comunque, attraverso la riduzione di questi a idee. Il
bisogno sentito da Leibniz di conciliare, nel processo conoscitivo,
innatismo  ed  esperienza  sensibile  corrisponde  all'esigenza  di
pensare la realt come unit di pensiero ed estensione, di anima  e
corpo.
     Come  si  vede,  la stessa esigenza sentita da  Spinoza,  che
aveva  definito  estensione  e pensiero  come  due  degli  infiniti
attributi  dell'unica  sostanza.  Ma    proprio  l'unicit   della
sostanza  che  rende  il  sistema  di  Spinoza  inaccettabile   per
Leibniz(15).
     Pi   che   di   sostanza,  per  Leibniz,   in   accordo   con
Aristotele(16), si deve parlare, in realt, di una molteplicit  di
sostanze  individuali:  "Tutte le sostanze  singolari  create  sono
espressioni  dello  stesso universo e della sua  causa  universale,
cio  di  Dio;  ma le espressioni differiscono in perfezione,  come
diverse  rappresentazioni o scenografie di  una  stessa  citt,  da
diversi  punti  di  vista"(17).. Ed  immediatamente  evidente  che
ciascun  punto  di vista, pur riferendosi allo stesso  oggetto  (la
medesima citt), non  riconducibile a nessun altro punto di vista.
Tutte le sostanze individuali contengono tutto l'universo: tutto  
in tutto, come sosteneva Anassagora(18).
     La   definizione  della  sostanza  individuale  implica,   per
Leibniz, una ulteriore serie di considerazioni, perch  necessario
confrontarsi non solo con le grandi teorie filosofiche del  passato
e  contemporanee, ma anche con i risultati delle scienze fisiche  e
naturali.
     Le  sostanze  individuali  non sono  necessariamente  sostanze
semplici,  ma  risultano composte da elementi che  costituiscono  i
veri semplici, come gli atomi di Democrito.
     La  sostanza,  in quanto determinazione dell'Essere,  non  pu
essere inerte.
     Le   sostanze  semplici,  dal  momento  che  concorrono   alla
formazione di aggregazioni, devono entrare in relazione fra loro.
     
     p 232 .
     
     Dalla  riflessione su questi problemi scaturisce la concezione
della  realt che Leibniz mette a punto in una serie di scritti(19)
e sintetizza in una breve opera del 1714, la Monadologia.
     Innanzitutto,   per  Leibniz,    necessaria  l'esistenza   di
elementi  semplici:  "Bisogna pure che vi siano sostanze  semplici,
dato  che vi sono composti; il composto infatti altro non  che  un
insieme o aggregatum di elementi semplici. Ora, l dove non vi sono
affatto  parti [cio monadi], non v' possibilit n di estensione,
n  di  figura, n di divisibilit. Queste monadi sono i veri atomi
della natura, e, in una parola, gli elementi delle cose"(20).
     Queste sostanze semplici devono essere attive, perch non  c'
sostanza senza attivit: in una lettera del 1679 Leibniz scrive che
"ci  che  non  agisce  neppure esiste"(21)  e,  nei  Nuovi  saggi,
sostiene  che  "le sostanze (materiali o immateriali)  non  possono
essere  concepite  nella loro essenza nuda senza  attivit,  e  che
l'attivit  appartiene all'essenza della sostanza in generale"(22).
All'interno delle sostanze semplici agisce quella forza viva di cui
abbiamo parlato all'inizio di questo capitolo, una vis activa che 
impressa nelle monadi fin dalla loro creazione, che corrisponde sul
piano  della  realt  a  quanto,  su  quello  della  conoscenza,  
costituito  dall'innatismo virtuale. La forza  quindi qualcosa  di
intrinseco  alla realt e costituisce la caratteristica  essenziale
delle monadi. Queste non hanno bisogno di alcun intervento esterno,
se  non  di quello che ha portato alla loro creazione, e  tutta  la
loro  storia    scritta  al  loro interno:  le  monadi  contengono
l'origine  del proprio movimento e del movimento dei  composti  che
formano;  una monade non pu derivare per generazione  da  un'altra
monade o corrompersi per dar luogo a un'altra; tutte le monadi sono
state create direttamente da Dio e possono finire solo per un  loro
annientamento da parte dello stesso Dio(23).
     Da  quanto detto sin qui risulta con chiarezza quali siano  le
differenze  tra le monadi leibniziane e gli atomi dei materialisti:
le  monadi non sono eterne, bens create, e, soprattutto, non  sono
costituite da materia ma sono centri di forza immateriali; inoltre,
mentre  gli atomi si realizzano e in qualche modo acquistano  senso
solo  negli  aggregati (cio nel rapporto di aggregazione  con  gli
altri  atomi,  dal momento che essi differiscono per  dimensioni  e
forma   ma  sono  costituiti  da  un'unica  sostanza),  le   monadi
rappresentano ciascuna un punto di vista sull'intero  universo:  in
ciascuna    contenuto  il Tutto, quindi non  c'  bisogno  di  una
qualche relazione tra esse.
     Dotate intrinsecamente di forza, le monadi non accolgono nulla
dal  di fuori, non subiscono alcun mutamento dall'esterno, ma  sono
chiuse in se stesse, autosufficienti, secondo la nota espressione
     
     p 233 .
     
     della  proposizione  7 della Monadologia "non  hanno  finestre
attraverso le quali qualche cosa possa entrare o uscire"(24).
     L'espressione,  per  quanto nota e  suggestiva,  non    certo
immediatamente chiarificatrice. Per comprenderla bisogna rifarsi al
principio,  gi  ricordato, di irriducibilit dell'individuo:  tale
principio   consente  di  garantire  l'individualit  di   ciascuna
sostanza;  infatti non si possono mai avere due  enti  (siano  essi
semplici  o composti) che siano perfettamente identici,  perch  se
cos  fosse  si tratterebbe di un'unica sostanza e non di  due.  La
preoccupazione di Leibniz  quindi quella di garantire, fino  dagli
elementi  semplici  che  costituiscono la realt,  l'irripetibilit
dell'individuo e la sua unicit(25).
     Ma gli "individui" che siamo abituati a vedere - e a pensare -
non  hanno  la semplicit delle monadi: essi sono oggetti,  piante,
animali, uomini, in una parola, essi sono composti. Come concorrono
i  semplici alla formazione dei composti? Per rispondere  a  questa
domanda bisogna affrontare un nuovo ulteriore problema: quello  del
rapporto fra anima e corpo.
     
Anima e corpo.
     
L'anima   una monade e, in quanto tale, fa s che un ente  sia  un
individuo:  l'anima  l'io di ciascun ente, anche  se  poi  esso  
costituito da una aggregazione di moltissime altre monadi. Leibniz,
per chiarire il rapporto fra le monadi negli enti composti, ricorre
all'immagine di un giardino. Un giardino  sicuramente  una  realt
individuale, distinguibile da tutti altri giardini e dalle cose che
lo circondano, ma, analizzandolo, si vede con chiarezza che esso  
costituito  da  un  gran  numero di enti, piante,  arbusti,  fiori,
eccetera;  ognuno di essi  a sua volta costituito da parti,  quali
rami, radici e cos via; e cos la terra e l'aria frapposta ai vari
elementi   del  giardino  sono  piene  di  enti  "spesso   di   una
sottigliezza  tale"  che  sono  per noi  "impercettibili"(26).  Una
infinit  di  monadi  diverse, ciascuna  autonoma  e  indipendente,
convive nello stesso organismo, che ha una monade dominante: quella
che ne costituisce l'anima e lo caratterizza come individuo. Ma, si
badi  bene,  il  termine  "dominante" - fa  notare  Leibniz  -  non
significa che essa abbia il controllo o possa disporre delle  altre
monadi(27).  Tutte le monadi, ripetiamolo ancora  una  volta,  sono
autonome, vive e attive.

p 234 .

L'attivit della monade.
     
L'attivit  della monade consiste essenzialmente  nella  sua  forza
percettiva,   nella  capacit  di  rappresentarsi   qualcosa:   pi
esattamente,   come   abbiamo   gi  accennato,   l'oggetto   della
rappresentazione  di ciascuna monade  l'intero universo.  Non  nel
senso che l'universo  percepito come oggetto esterno che influenza
la  monade,  ma  nel senso che lo rispecchia dall'interno,  perch,
come  sappiamo  gi, lo contiene tutto sin dalla sua creazione;  la
monade  "specchio vivente dell'universo". Tutte le monadi, quindi,
percepiscono tutto l'universo, ma la rappresentazione che  esse  ne
hanno  si  pu  caratterizzare per diversi gradi di  chiarezza,  di
distinzione  e,  soprattutto,  di consapevolezza.  Su  questa  base
Leibniz  distingue  la  consapevolezza  dell'atto  percettivo,   il
"sentir  di sentire" - appercezione -, che non  comune a tutte  le
monadi, bens solo ad alcune, come le anime umane, le intelligenze,
dalla semplice percezione, che  invece presente in tutte le monadi
e   si   accompagna  sempre  a  un'altra  indispensabile  attivit,
l'appetizione.  L'appetizione  la tendenza (conatus)  di  ciascuna
monade   a  trasformare  e  a  incrementare  il  proprio  contenuto
percettivo;  un movimento interno verso una percezione sempre  pi
chiara.
     Tutte  le  monadi, quindi, "percepiscono" e "appetiscono",  ma
solo alcune ne sono anche coscienti, cio "appercepiscono".
     Nel  caso  delle  coscienze,  cio  delle  monadi  dotate   di
appercezione,  si procede da una percezione confusa  e  oscura  per
volgere verso una sempre maggiore chiarezza rappresentativa. Questa
maggiore o minore chiarezza percettiva sta alla base della maggiore
o   minore   "finitudine"  della  monade.  Pi  confusamente   essa
percepisce, pi limitata  la sua essenza. Da questo consegue  che,
per  Leibniz,  le  sostanze, cio le monadi, non sono  tutte  sullo
stesso  piano:  esiste una gerarchia per cui  vi  sono  monadi  che
percepiscono  senza  coscienza,  monadi  che  -  sebbene  prive  di
coscienza  - conservano la memoria delle loro percezioni (si  pensi
ai  riflessi condizionati negli animali) e infine monadi  che  sono
coscienti  della propria attivit di percepire. Ma anche le  monadi
che  raggiungono  l'appercezione continuano,  secondo  Leibniz,  ad
avere  percezioni  inconsapevoli,  che  sfuggono  cio  alla   loro
coscienza(28).
     Questa  limitazione della consapevolezza implica  oscurit  di
vedute,  confusione,  opacit  percettiva,  ed    imputabile  alla
corporeit  che ha una vis rappresentativa limitata e  inferiore  a
quella della mente o, meglio, dell'anima.
     Se  torniamo  ora  al  nostro  giardino,  o  allo  stagno,   o
all'individuo che a Leibniz, al filosofo, e a noi, sta  pi  cuore,
vale  a  dire  l'uomo,  in cui la monade-anima  raggiunge  un  alto
livello  di  consapevolezza, notiamo che una visione da lontano  ci
fornisce  una  immagine confusa e indistinta: vediamo un  giardino,
uno  stagno o un uomo, ma senza discernerne i particolari.  Leibniz
parla  proprio  di  uno  stagno nel quale  si  vede  un  "movimento
confuso",  un  "formicolio di pesci", "senza  distinguere  i  pesci
stessi"(29). Quando ci avviciniamo possiamo riconoscere  i  singoli
pesci,  o  le  piante e le erbe del giardino, o le  caratteristiche
dell'uomo,  e  possiamo anche pensare quegli elementi cos  sottili
che  non  riusciano  a  percepire, e che  compongono  tutti  quegli
individui.
     
     p 235 .
     
     Questa  immagine  pu  dare  un'idea  del  passaggio  da   una
percezione  confusa a una pi chiara, distinta  e  consapevole.  Le
monadi che costituiscono il nostro corpo sono caratterizzate da una
percezione oscura, confusa e inconsapevole, mentre la nostra monade-
anima,  il  nostro io, gode della facolt di appercepire. Pertanto,
pur  in  presenza di una diversit di "ruoli" e di una  progressiva
chiarezza  percettiva, non c' una differenza  sostanziale  tra  le
monadi che costituiscono il corpo e quella che  la nostra anima.
     A  questo punto Leibniz tira un sospiro di sollievo:  dopo  un
processo   lungo   e   faticoso   il   dualismo   cartesiano,    la
contrapposizione  fra materia e spirito, gli  si  scioglie  fra  le
mani: materia e spirito, corpo e anima, sono entrambi riconducibili
a  elementi semplici di uguale natura, le monadi, atomi di spirito.
Ci che cambia  solo il grado di consapevolezza, di attuazione  di
quella  virtualit  che   presente in tutto.  La  distinzione  fra
materia e spirito scompare perch tutto  spirito.
     La  soddisfazione  di  Leibniz  per  solo  momentanea.  Egli
infatti  ammette: "Stabiliti questi princpi, credevo di essere  in
porto, ma non appena mi posi a meditare sull'unione dell'anima  con
il  corpo,  mi  sentii risospinto in alto mare. Infatti  non  seppi
trovare  alcun  mezzo  per spiegare come il corpo  possa  immettere
qualcosa  nell'anima  e  viceversa;  n  come  una  sostanza  possa
comunicare con un'altra sostanza creata"(30).
